martedì 19 febbraio 2013

Monti, Dannunzio e la vera retorica

di Enzo Barone
 
Oggi voglio parlare del concetto di verità, non di quella metafisica, assoluta, ma della relazione di carattere squisitamente retorico che si instaura tra chi, comunicando, tenta di convincere della verità del suo messaggio e coloro che questo messaggio ricevono e di come mutino di volta in volta a seconda delle diverse necessità comunicative i relativi registri linguistici.
Mescolerò, lo dico subito, il sacro col profano. Veda il lettore a quale casistica riferire l’uno e l’altro aggettivo.

Cominciamo parlando di Mario Monti, il premier uscente e neocandidato premier alle prossime elezioni venture.
Dapprincipio, quando è stato invocato come provvidenziale salvatore in una situazione economica del paese che appariva disperata, un pò tutti (lo testimoniano sondaggi relativi ai primi suoi mesi di governo), senza entrare ora nel merito strettamente politico sulle sue prime scelte, abbiamo ammirato in lui, la serietà, la distinzione nei comportamenti, la sobrietà nei modi, l’equilibrio delle esternazioni, la volontà di terzietà rispetto alla bagarre politica, cioè la volontà di essere equidistante dalle parti politicamente schierate, soprattutto l’immagine ben costruita di leader di stampo nordeuropeo, sobria, discreta di un alto funzionario di stato e basta.
Apprezzavamo, sorpresi, il suo star fuori, con eleganza anglosassone e con asepsi da tecnico, dalla commedia farsesca della scena politica italiana, anche a costo di non rispondere a taluni duri attacchi personali.
Il Monti prima maniera, intendo dire il Monti fino allo scioglimento delle camere, adoperava un linguaggio neutro, essenziale, con una comunicazione puramente referenziale, da mero tecnico per l’appunto, un raro portatore di una fragile, sgradevole, ma in qualche modo credibile parvenza di verità.
E tanto bastava per renderlo rivoluzionariamente diverso da chi lo aveva preceduto.
 In questi giorni vediamo invece in TV il Monti candidato, un politico come gli altri, il leader di un partito e di una delle coalizioni in lotta nell’agone elettorale.
Il Monti che ha – a dir suo soffrendo -  scelto di scendere, pardon, salire, nell’agone politico e diventare un candidato tra i tanti, che si è trovato costretto a comunicare con i suoi potenziali elettori con le tecniche retoriche, iconiche, massmediologiche di tutti gli altri, da mistificatore cioè.
Intanto il professore ha in quattro e quattr’otto abrogato l’immagine e deposto il linguaggio del  medico scrupoloso e coscienzioso, che ti dice freddamente, con assoluta professionalità quali dolorose cure sono indispensabili per la sopravvivenza dell’ammalato: ha per esempio ammorbidito la necessità imperscrutabile dell’imposizione generalizzata dell’IMU, lasciando intravedere in futuro una sua attenuazione (per gareggiare con chi prometteva di abolirla per il presente e per il futuro).
Quindi, tra le altre cose, ha promesso una progressiva riduzione dei carichi fiscali per i privati e le imprese (sempre per rintuzzare le mirabolanti promesse del Cavaliere, suo concorrente); ha lasciato intendere che obiettivo fondamentale del suo progetto politico è la creazione di posti di lavoro (per contrastare sul suo terreno il messaggio principale di Bersani); ha lasciato intravedere la speranza, anzi ci ha rassicurato su un futuro prossimo di possibile ripresa e crescita per l’economia italiana (per coprire con la sua voce di autorevole economista i potenti, maliosi canti delle sirene delle altrui sponde).
Ha addirittura preso in diretta TV tra le sue premurose braccia un cagnolino, che ha poi adottato, per rincorrere le furbate mediatiche del Berlusconi del giorno prima e ha anche svelato con sincera commozione a tutti di avere in realtà un cuore tenero, da nonno affettuoso e umanissimo per i nipotini.
Il ricatto degli affetti, quelle forme puerili di appeal elettoralistico made in USA per cui (Berlusconi a parte) noi italiani potevamo ancora, tutto considerato, sorridere davanti a trovate simili dei Bush o degli Obama di turno, con un sorriso di superiorità.
E dunque, tornando all’assunto principale dell’articolo, il problema è questo: era verità umana, morale o almeno politica quella trasmessa dal Monti prima maniera o quella che, con diverso stile e convinzione, ci trasmette il Monti di oggi?
Nessuna delle due, diranno in tanti, il che potrebbe equivalere però a dire, per assurdo, tutte e due.
Per quanto appaia incongrua, sul concetto di retorica e di verità mi è giunto in soccorso bizzarramente una mia lettura di questi giorni del Notturno dannunziano. Mi riferisco alla intenzione comunicativa e il registro linguistico dell’opera.
Il Notturno, come molti sanno, si sviluppa su tre piani narrativi, ma anche su due registri comunicativi diversi.
In uno di questi registri, quello iniziale, lo scrittore, ferito ad un occhio durante una missione aerea e costretto ad una cecità e ad una immobilità forzate, si esprime con una inedita, sorprendente (almeno per il Dannunzio più consueto) sincerità; instaura un dialogo disarmato, diretto, confidenziale col lettore.
E’ il Dannunzio che non ti aspetti, che non si vergogna di apparire debole, senza difese, che dà mostra di rivelare, senza più prosopopee estetizzanti, il suo io più vero; svela le sue emozioni, usando un inedito linguaggio fatto di frasi brevi o di periodi paratattici, da confessione vera e intima, appunto.
L’oggetto letterario vuole apparire narrativamente come semplicemente corrispondente ai moti d’animo del soggetto che lo produce, facendosi verità, letteraria, ma pur sempre verità.
L’opera presenta però un secondo registro, quello più consumatamente dannunziano, quello con cui riconosciamo generalmente lo scrittore e cioè quello dell’esteta estenuato che ricama preziosi arabeschi attorno al mito della bella impresa, della bella morte, della bella guerra.
E’ proprio qui che mi si presenta alla porta, come un ospite inatteso, il confronto: il nostro poeta-vate è più autentico quando adopera il primo registro comunicativo o quando ritorna a quello consueto?
Quando dice la verità, nel primo o nel secondo caso?
Bisognerebbe prima però che ci si metta d’accordo sul concetto, sull’idea di verità.
Se per verità si intende “ciò che corrisponde esattamente a una rappresentazione astratta del vero e che viene considerato certo, assoluto o inconfutabile” oppure più semplicemente “ciò che corrisponde esattamente  a una determinata realtà”, come da vocabolario Zanichelli, è evidente che siamo del tutto fuori strada: non è questa la verità di cui potrebbero essere portatori i nostri due personaggi.
E proprio a questo punto il vate pescarese mi ha rivelato, con la potenza diabolica di ogni paradosso, la chiave di lettura possibile per comprendere come molti italiani possano oggi - e forse anche fra qualche giorno – pensare veridico, credibile il nuovo Monti politicante, demagogo, predatore d’affetti, venditore di speranze, dimenticando che prima hanno creduto invece nel Monti statista affidabile, economista autorevole, Cincinnato e uomo della provvidenza al di sopra delle parti.
Perché in fondo la sorpresa che proviamo infatti nel vedere nel Notturno il Dannunzio intimo cedere la penna presto al Dannunzio trombone auto incensante è assimilabile a quella di metabolizzare il Monti bifronte.
Seguitemi: davanti alle perplessità dannunziane tutti, critici e lettori, risolviamo a buona ragione la questione ritenendo in definitiva più autentico il Dannunzio retore-mistificatore?
Perché, per quali ragioni? E per quali ragioni tirare in ballo un confronto tra un poeta del passato e un politico di oggi?
Perché ci accorgiamo che per entrambi, nel momento in cui adoperano una comunicazione persuasiva, la verità non va ricercata nella corrispondenza di un messaggio ad una determinata realtà oggettiva.
Per il poeta, esattamente come per il Monti politicante, la verità consiste unicamente nella verità retorica o meglio nella vera retorica.
Se cioè la retorica è l’insieme di artifici formali adoperati per convincere il lettore o l'ascoltatore di determinati principi, tesi, idee, allora certamente Dannunzio e Monti, siccome sembrano dare somma importanza più che ad ogni altra cosa a far passare il messaggio retorico, sono più veri quando sono retorici e non quando si confidano al lettore/ascoltatore.
Per assurdo quindi la volontà di condurre a sé qualcuno, usando ogni tecnica utile a trasformare il messaggio in volontà e la volontà in fede, nell’ambito di una comunicazione persuasiva (non espressiva o referenziale), corrisponde più fedelmente al più profondo desiderio del comunicatore stesso. Più di ogni suo manifestare sé stesso, in modo diretto, come sobrio comunicatore di un linguaggio referenziale, senza orpelli, cose queste che, forse, per il retore,  sarebbero paradossalmente la vera retorica, nella sua accezione peggiore stavolta.
Un persuasore insomma è più vero quando fa il suo mestiere, non quando afferma di dire il vero.
E’ una verità speciale quindi, quella dei due retori, una verità che non significa che ciò che essi affermano corrisponda al reale, ma che invece corrisponde assai più intimamente alle intenzioni vere del loro io.
Ma è pur sempre una qualche verità…se vogliamo.
Ecco perché mutatis mutandis, se dovessi dirimere io la questione sul professore, crederei più al Monti retorico e demagogo di oggi, piuttosto che al Monti vecchia maniera, al disinteressato salvatore della patria, senza macchia né paura, come Zorro.


2 commenti:

  1. Grazie. Scritti come questi sono salutari per la mente di ciascuno.L'ho letto di un fiato e lo rileggerò

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  2. un buon tentativo di "svelamento", interessante anche il parallelo letterario...
    ennio

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