mercoledì 6 febbraio 2013

Lo Stato d'Israele e la genesi della questione palestinese


                                      

 di Franco Giolitto

 “Un brutto pasticcio“ questo è quanto affermano i commentatori stranieri quando parlano della Palestina riferendosi al groviglio di situazioni storico-politiche, di interessi divergenti, di dispute internazionali etc. Ma come mai si è arrivati ad una tale situazione intricata? Chi ha ragione e chi ha torto? Come mai non si riesce a venirne fuori malgrado una serie di iniziative intraprese dall’ONU, dalle grandi potenze, dalla comunità cristiana, islamica, ebraica?

 Cominciamo col dire che i protagonisti principali  della regione non sono solo gli ebrei dello Stato d’Israele e gli arabi  della Palestina, ma hanno un ruolo importante  anche gli arabi cristiani presenti nel territorio, oltre agli ebrei sparsi in  varie parti del mondo, ma comunque in grado di far sentire la loro influenza, in particolare la comunità del nord America.
Altri protagonisti affacciatisi prepotentemente sul palcoscenico sono le varie organizzazioni palestinesi al cui interno opera  un braccio armato e perciò definite in Occidente estremiste quali la Jihyad islamica, Hamas, l’ Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), Al Fatah, il  Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
 A queste organizzazioni, che sono locali, bisogna aggiungere Al-Qaeda, che è una rete mondiale di combattenti sunniti divenuta famosa in particolare per l’attacco alle torri gemelle  dell’11 settembre 2001;  gli  Hezbollah, partito politico sciita libanese con notevoli appoggi in Siria e dotato di  proprie milizie armate e di  strutture sociali,  Jaljalat,  gruppo islamico salafita armato,  operante nella striscia di Gaza. 
 Accanto a questi attori principali si sono esibiti  nel corso degli anni, con ruoli a volte molto importanti a volte secondari, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, l’Egitto, la Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita, il Libano e l’Iraq e più recentemente l’Unione Sovietica (ora Russia) e l’Iran.
Per cercare di capire almeno i principali problemi che incombono sugli abitanti della zona dobbiamo considerare alcuni eventi storici.
 I popoli semiti, cioè quelle popolazioni  il cui idioma fa parte di un unico ceppo linguistico e che comprendono principalmente Ebrei, Arabi, Cananeo-Fenici,  cominciarono a popolare la Palestina dal 3000 a.C. Gli Ebrei  giunsero in questa regione a partire dal 1200 a.C. Queste migrazioni erano dovute ad un periodo di grande aridità che spingeva molte popolazioni a cercare nuovi territori. Le popolazioni ebraiche primitive, anche grazie ai contatti con le popolazioni vicine, raggiunsero un buon tenore di vita, fondarono insediamenti urbani e svilupparono le pratiche religiose.
Con il progredire delle istituzioni vengono costituiti due regni ebraici: il Regno di Israele ed il Regno di Giuda, ma la Palestina si rivelò una terra di passaggio e nei periodi successivi dovette subire varie invasioni.
Nel 586  la Giudea fu conquistata dai Babilonesi che distrussero il tempio di Gerusalemme e deportarono gli Ebrei in Babilonia: questa fu la prima diaspora.
Nel 539 Ciro di Persia conquistò Babilonia e sotto il suo regno tollerante gli Ebrei poterono tornare alle terre da cui si erano dovuti allontanare. Successivamente nel  333 a.C. tutto  il Medio Oriente venne conquistato da Alessandro Magno.
 L’epoca romana inizia nel 63 a.C. quando  il generale Pompeo conquista tutta quell’area orientale,    
 che diventa provincia romana.
 Gli ebrei avevano sempre mantenuto una forte identità nazionale: i loro costumi e la loro religione mal si conciliavano con gli occupanti e ciò portò allo sfociare di varie rivolte che ebbero come conseguenza la distruzione di Gerusalemme, una prima volta nel  70, ad opera dell’imperatore Tito, ed una seconda volta  nel 135, durante il regno di  Adriano.
  Allo scopo di prevenire qualsiasi sollevazione futura contro i Romani, l’imperatore emanò la  disposizione che proibiva agli Ebrei di risiedere a Gerusalemme. In seguito a questo evento  il popolo ebreo si disperse: sarà la grande la diaspora ebraica.
 L’epoca araba della Palestina inizia nel 638. Le truppe del califfo Omar entrano in Gerusalemme strappando la regione all’impero bizantino che  era succeduto a quello romano; iniziano forti  immigrazioni di coloni arabi con la conseguenza che  la lingua locale,  l’aramaico,  scompare sostituita dall’arabo.
 La Palestina restò sotto il dominio dei sultani Mamelucchi d’Egitto fino alla conquista turca del 1517 e rimase integrata nell’impero ottomano fino alla prima guerra mondiale.
 Il predominio islamico nelle zone ebbe solo qualche breve intervallo dovuto all’intervento degli eserciti crociati. Le crociate segnarono una cruenta lotta tra gli eserciti europei e musulmani per il controllo della regione e favorirono il sorgere di conflitti tra le  popolazioni cristiane, ebree e musulmane che fino ad allora avevano convissuto con tolleranza.
 Il cambiamento demografico dei popoli della Palestina nel corso dei vari secoli in seguito alle vicende storiche, è stato molto mutevole. Si calcola che a metà del 1800, su 300 mila abitanti 10 mila fossero Ebrei.
Verso la fine di questo secolo però inizia una significativa migrazione ebraica  e la nascita del Sionismo, il movimento nazionale ebraico il cui intento era quello del ritorno degli ebrei sparsi nel mondo in Palestina, che a quell’epoca era una provincia ottomana, e la creazione di uno Stato ebraico. Gli ebrei avevano sempre considerato la Palestina come la loro patria ed era desiderio di ogni fedele ritornare a vivere nei luoghi della loro origine.
Nel 1902 durante il sesto congresso ebraico, fu discussa l’offerta britannica di creare uno Stato ebraico in Uganda. La proposta fu approvata, ma non ebbe un seguito.
Nel 1917 durante la prima guerra mondiale, mentre l’impero ottomano stava crollando, la Gran Bretagna con la dichiarazione di Balfour si impegna ad agevolare “la costituzione di un focolare nazionale ebraico in Palestina”; contemporaneamente gli inglesi promettono alle popolazioni musulmane, in cambio della partecipazione agli sforzi bellici contro l’impero ottomano, la creazione di un grande Stato arabo.
Nel 1920 la Società delle Nazioni assegna alla Gran Bretagna il mandato sulla Palestina. Durante questo periodo l’immigrazione ebraica nella zona subisce  un’accelerazione, si calcola che nel 1922 la popolazione ebraica ammontasse a 84 mila persone contro  590 mila arabi e 71 mila cristiani.
Gli attriti maggiori non erano dovuti tanto all’arrivo di nuovi abitanti, quanto alle controversie sul  possesso dei territori. Per il diritto inglese gli agricoltori arabi non avevano mai provveduto a regolarizzare la proprietà dei loro terreni e quindi questi potevano essere acquistati dai coloni ebraici.  
La situazione precipitò, tra il 1936 ed il 1939 scontri sempre più violenti portarono ad una guerra civile. La Gran Bretagna cercò di attuare una ripartizione del territorio in due Stati indipendenti,  ma Gerusalemme ed i territori limitrofi, tra cui Betlemme, sarebbero rimasti sotto il controllo britannico, inoltre decise di imporre un forte limite all’immigrazione e di bloccare ulteriori acquisti di terre da parte dei coloni ebrei.
All’inizio del 1947 la Gran Bretagna, nell’ambito del suo progetto di decolonizzazione, rimette  il mandato palestinese alle Nazioni Unite, ma mantiene le rigide limitazioni all’immigrazione. Un caso clamoroso si verifica nel 1947 quando la nave Exodus con circa 4500 ebrei tedeschi sopravvissuti ai campi di concentramento, viene respinta e costretta a ritornare in Europa.
Il 29 novembre 1947 l’assemblea generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione n. 181. Secondo questo atto il territorio britannico della Palestina doveva essere  diviso in due Stati, uno ebraico ed uno arabo, mentre la zona di Gerusalemme doveva diventare una zona internazionale sotto il controllo dell’ONU.
 I territori assegnati all’uno e all’altro Stato erano a “macchia di leopardo” quindi non avevano continuità territoriale il che avrebbe comportato difficoltà nell’amministrazione delle varie aree.
Le reazioni a tale risoluzione furono molto diverse, la maggior parte delle organizzazioni ebraiche  l’accettò giudicandola come un’occasione per avere finalmente una patria e rientrare in possesso dei luoghi dove era nato l’ebraismo; la popolazione araba della Palestina e gli Stati arabi  rifiutarono la proposta con varie motivazioni. Chi si lamentava della non contiguità territoriale e della opinabilità dell’assegnazione delle varie aree, chi era contrario alla creazione di uno Stato ebraico, chi vagheggiava la creazione di una grande nazione arabo-palestinese e non voleva la presenza di ebrei sul territorio.
La Gran Bretagna termina il proprio mandato il 15 maggio del 1948, mentre il 14 maggio c’era stata la  dichiarazione d’indipendenza del Consiglio Nazionale  Ebraico a Tel-Aviv.     
Lo stesso giorno gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Libano, Iraq attaccano in forze  l’appena costituito  Stato d’Israele ed il segretario generale della lega araba annuncia l’inizio di  “una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle crociate”.
 L’offensiva viene prima bloccata dal neonato Stato ebraico che poi passa al contrattacco. La guerra termina con la sconfitta araba, Israele occupa vari territori prima posseduti dai palestinesi e ciò determina una grande fuga creando più di 711 mila profughi fuggiti dagli orrori della guerra o costretti ad abbandonare le loro proprietà. Ad essi sarà impedito il ritorno nelle loro terre e neppure gli Stati arabi confinanti permetteranno ai profughi  di entrare nei loro territori.
 Contemporaneamente 10 mila ebrei che risiedevano nella zona rimasta araba della Palestina,  furono costretti ad abbandonare i loro insediamenti e circa 800 mila Ebrei che vivevano nei Paesi arabi furono indotti a lasciare le loro case; di essi 600 emigrarono in Israele, i restanti si rifugiarono nei principali Paesi occidentali.
 L’esito del conflitto colse tutti di sorpresa, mentre gli Stati arabi schierarono mezzi corazzati, aerei ed artiglieria, gli Israeliani, almeno inizialmente, disponevano solo di armi leggere e di personale con addestramento sommario, anche se molto determinato, ma un grave svantaggio per la Lega araba fu la mancanza di un piano strategico e di coordinamento tra i vari eserciti.
 La guerra si concluse con l’armistizio di Rodi che in pratica avrebbe comportato solo una tregua e si concretizzò con una linea verde tracciata sulla carta geografica della Palestina che secondo i protagonisti  non avrebbe dovuto essere considerata in alcun modo un confine di Stato.
Nel 1950 il regno di Transgiordania annette la Cisgiordania concedendo però la cittadinanza ai Palestinesi residenti e l’Egitto fa altrettanto con la striscia di Gaza.
 La guerra dei sei giorni ebbe inizio il 6 giugno 1967. L’Egitto di Nasser nazionalizza il Canale di Suez e viene annunciato il divieto alle navi israeliane di attraversarlo. Israele sostenuta da Gran Bretagna e Francia, che detenevano fino ad allora il controllo del canale, appoggiano Israele nella reazione militare contro l’Egitto. A questo punto  Siria e Trasgiordania intervengono a favore dello Stato arabo,  mentre l’Iraq, l’Arabia Saudita, il Kuwait e l’Algeria lo appoggiano con truppe ed armi. Il conflitto si risolve in pochi giorni a favore di Israele che occupa tutta la Palestina e le alture del Golan.   
Le conseguenze di questo nuovo conflitto risultarono gravissime. Lo scontro tra Ebrei ed Arabi  all’interno del territorio palestinese si trasformò in guerriglia con una militarizzazione del movimento di liberazione arabo ed il  ricorso ad attentati violenti ed indiscriminati.
Il 6 ottobre del 1973 Anwar Sadat, successore di Nasser alla presidenza dell’Egitto, tenta nuovamente un’azione di forza, sfruttando l’effetto sorpresa offerto dalla festività ebraica del Yom Kippur. Le armate di  Egitto e Siria attaccano Israele ma, dopo i primi successi, gli eserciti arabi sono  costretti alla ritirata.
La politica egiziana negli anni successivi subisce una svolta, Sadat si convince dell’irrimediabilità della presenza israeliana in Palestina e della necessità di normalizzare i rapporti con lo stato vicino. Spinto anche da pressioni statunitensi, avvia una serie di contatti diplomatici che portarono al riconoscimento dei due Paesi ed al trattato di pace di Washington  del 1979. Molte organizzazioni arabe  non accolgono favorevolmente tale situazione, Sadat viene tacciato di tradimento della causa araba ed assassinato nell’autunno 1981.
La  storia più recente è tutta costituita da una serie di scontri, rivolte, guerre e guerriglie tra Arabi e Israeliani.
Il processo di pace è reso difficile dal fatto che alla presenza dei  vertici istituzionali di Israele ci sia  il premier in carica Benjamin Netanyahu appartenente al Likud, partito di destra, fautore del mantenimento dell’occupazione dei territori palestinesi, contemporaneamente nella striscia di Gaza, è risultata vincitrice nelle elezioni politiche l’organizzazione Hamas, molto ramificata nella vita sociale della comunità araba locale, ma sostenitrice di una linea di scontro aperto con Israele, tale organizzazione è ritenuta responsabile di vari attentati contro l’esercito e la popolazione civile israeliana.
 In caso di un accordo sia il Likud che Hamas perderebbero il consenso elettorale e l’appoggio di alcuni Stati che li sostengono,  da qui il loro interesse nel mantenere una situazione di tensione e di scontri.
Altre organizzazioni di liberazione della Palestina hanno nel loro statuto la cancellazione dello Stato di Israele e la sua sostituzione con uno stato islamico-palestinese.
 Dall’alta parte uno dei problemi sorti negli ultimi decenni é costituito dalle “colonie”;  sono comunità abitate da israeliani, in pratica villaggi, sorti nei territori palestinesi occupati nel corso della guerra dei sei giorni e ritenute illegali dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e da altri organismi internazionali.
 Se si ha occasione di andare a Betlemme, balza agli occhi in tutta la sua evidenza quanto il  paesaggio biblico millenario sia stato trasformato; i vasti orizzonti che un tempo si vedevano a nord-est sulle alture verdi di ulivi e viti sono ora  limitati dall’insediamento ebraico di Har Homa;  ci vivono 15 mila coloni circondati da chilometri di filo spinato carico di elettricità. A nord-ovest sorgono le villette a schiera di un’altra colonia, quella di Gilo, abitata da 40 mila israeliani.
Oltre a questo, l’altro grande problema è costituito dalla difficoltà per i palestinesi di muoversi liberamente dovuto alla costruzione da parte di Israele di una “barriera difensiva” che in pratica racchiude tutta la Cisgiordania. Con la costruzione del muro, per esempio, gli abitanti di Betlemme per raggiungere la capitale devono avere un permesso che consenta loro di attraversare il check point. La città dista solo otto chilometri da Gerusalemme, ma il permesso viene concesso solo dopo molto tempo e con molte difficoltà.
Il muro è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele in Cisgiordania a partire dalla primavera del 2002 ed è attualmente  lungo 730 km. I palestinesi denunciano quest’opera come un attentato ai diritti umani dovuto alla mancanza di libertà di movimento ed al conseguente isolamento di alcuni villaggi. Esso inoltre viene visto come un tentativo di annessione di parte dei territori palestinesi occupati da Israele poiché il suo tracciato in certi punti ingloba una porzione del territorio occupato.
Israele ribatte che la costruzione del muro ha consentito di salvare molte vite umane, dato il netto decremento degli attentati avvenuti dopo la sua costruzione ed inoltre ha consentito alla sua popolazione una vita più serena.
Che fare allora per risolvere la situazione? L’errore sarebbe, a mio parere, quello di affidare ai negoziatori  israeliani e palestinesi la ricerca della via della pace: ci sono troppi interessi in gioco e dietro le quinte sono troppi gli Stati coinvolti.
Certamente la Palestina dovrebbe essere divisa in due Stati. I confini dei due Stati dovrebbero essere decisi dall’ONU,  tramite un comitato di saggi competenti ed indipendenti.
La popolazione avrebbe il diritto di scegliere a quale Stato appartenere o dove rimanere, con la possibilità di spostarsi liberamente ed inoltre sarebbe indennizzata per i beni che dovesse lasciare (case, terreni, greggi, etc.).
Le colonie ebraiche così come sono state concepite, dovrebbero essere trasformate in villaggi aperti
a tutti.
La zona di Gerusalemme comprendendo anche Betlemme, diventerebbe così una zona internazionale amministrata dall’ONU e ciascuno dei due Stati  dovrebbe scegliersi una capitale diversa.
Tutte le organizzazioni paramilitari dovrebbero sciogliersi, consegnare le armi e rinunciare a qualsiasi forma di violenza. I membri di tali organizzazioni che non volessero sottostare a questi patti dovrebbero essere espulsi dal territorio e l’ONU dovrebbe garantire tutto questo, anche intervenendo con la forza.
Questa è una soluzione troppo semplice per un problema così complesso? Può darsi, ma i problemi si risolvono se c’è la volontà di risolverli, non se sono semplici.        

 

   

                                                         

 

1 commento:

  1. Un interessantissimo e didascalico saggio. Complimenti
    nzo Barone

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