sabato 31 dicembre 2011

Il naufragio


di Raimondo Augello 

Lo scorso 26 ottobre è stato pubblicato dalla Feltrinelli un libro (Il naufragio. Morte nel Mediterraneo) che ricostruisce l’intera vicenda dell’affondamento della Kater i Rades, una piccola motovedetta carica di profughi albanesi, avvenuto la sera del 28 marzo 1997. L’autore, Alessandro Lo grande, è un giovane giornalista tarantino già noto per avere pubblicato altri libri inchiesta, come quello in cui nel 2008 (“Uomini e caporali”) ha denunciato la piaga del caporalato nelle campagne del Sud Italia, libro che ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Questi i fatti.


Alle 18.57 del 28 marzo 1997, la Kater i Rades, carica sino all’inverosimile di profughi che fuggono dalla loro patria in cui divampa la guerra civile, viene speronata nel canale di Otranto da una corvetta della Marina militare italiana, la Sibilla. L’imbarcazione albanese cola a picco, portando a fondo gran parte di quel carico umano, prevalentemente donne e bambini che nel freddo di quella notte di un venerdì santo avevano cercato riparo nella stiva. Si infrange così, in quel modo cruento, il sogno di una vita migliore, la ricerca dell’ “America” al di là dell’Adriatico, il vagheggiato riscatto dalla miseria e dall’insicurezza. Sono i giorni in cui, sotto il governo Prodi, infuria una polemica di bassa “Lega” che soffia sulle paure ancestrali del diverso e dell’immigrato, i giorni in cui a Milano e in altri centri del Nord si tengono le elezioni e i partiti fanno a gara nel blandire quell’irrazionale e vergognoso sentimento di ostilità verso gli immigrati che sottende ai comportamenti e alle idee di una certa parte dell’elettorato. Una campagna martellante cui concorrono anche parecchi mass media tende a legittimare eventuali azioni di forza nei confronti di imbarcazioni di profughi. Alla vigilia del disastro, il 27 marzo, L’Espresso indica gli Albanesi come la più numerosa e pericolosa comunità criminale presente in Italia; nella stessa data, con una inquietante sincronia, dalle righe del Corriere della sera Irene Pivetti (ormai uscita dalla Lega, ma di cui conserva evidentemente lo spirito) incita a buttare a mare gli Albanesi (e qui verrebbe da chiedersi se sia casuale che certi giornali ritengano lecito dare espressione a siffatte manifestazioni, il medesimo dubbio che ci ha attraversati in occasione della triste esibizione al TG 1 da parte di Calderoli della maglietta offensiva nei confronti di Maometto, vicenda squallida nella sostanza e nella forma, tragica nelle conseguenze).
Quel giorno, in applicazione con gli accordi siglati tra il governo Prodi e quello del corrotto Salim Berisha, nelle acque pugliesi viene inviata la Sibilla per invitare con un megafono l’imbarcazione albanese a cambiare rotta; dall’alto un elicottero sorveglia la scena. Quanto accade nei minuti seguenti, proviamo a ricostruirlo con l’ausilio delle dichiarazioni dei superstiti, pubblicate dall’Osservatorio sui Balcani di Brindisi:   LA SIBILLA, SEMBRA SCOMPARSA, PENSIAMO DI ESSERE STATI LASCIATI IN PACE, QUANDO ALLE 18,55…CI APPARE, A TUTTA  VELOCITA’, A LUCI SPENTE LA PRUA DELLA SIBILLA, CHE CI VIENE ADDOSSO DA DIETRO E CI COLPISCE A DESTRA, SUL FIANCO, VICINO ALLA POPPA. 
LA NOSTRA NAVE, SOTTO L’EFFETTO DEL COLPO, RUOTA SU SE STESSA, VIENE COLPITA UNA SECONDA VOLTA PIU’ AVANTI E SI CAPOVOLGE…NOI CADIAMO IN ACQUA…
 LA SIBILLA FA MARCIA INDIETRO E SI ALLONTANA DA NOI…LA NOSTRA NAVE E’ CAPOVOLTA, QUALCUNO DI NOI CHE NON SA NUOTARE, SALE SULLA NAVE ROVESCIATA…GLI GRIDIAMO DI ALLONTANARSI… LI’ SOTTO DONNE E BAMBINI STANNO MORENDO AFFOGATI COME TOPI IN TRAPPOLA…


Questo ed altro raccontano quelle dichiarazioni. Certo è che al di là di come nel dettaglio andarono le cose, rimane la responsabilità politica e morale di un governo che non ha voluto o non ha saputo (fate voi cosa sia peggio!) prevenire la cronaca di una strage di innocenti annunciata, incapace di opporsi ad una barbara deriva populista e xenofoba dai tragici esiti.
Ciò che forse è ancora più grave, ciò che offende una seconda volta la memoria di quei morti, è il muro di gomma contro cui ogni tentativo di ricostruire i fatti per stabilire le responsabilità è andato a cozzare. Buona parte delle registrazioni delle conversazioni tra le centrali operative e le navi sono state manomesse o sono sparite: l’italica pratica dell’insabbiamento e del depistaggio è tornata ad offrire il meglio sé.  Gli accertamenti giudiziari lasciano sostanzialmente impunita la strage (l’ennesima!): assolti i vertici della marina (i cui ordini, naturalmente,  non possono essere stati frutto di una gestione “casuale” della vicenda, ma furono espressione di una volontà “politica” i cui responsabili vanno sicuramente ricercati più in alto). Alla fine gli unici colpevoli, condannati a pene lievi, sono il comandante della Kater e quello della Sibilla, una sorta di “concorso di colpa”, una conclusione insomma degna, come afferma la giornalista Paola Zanuttini di Repubblica, più di un incidente stradale che di una strage, lo ripetiamo, “politica”.
Nel suo lavoro Leogrande restituisce voce a chi non ne ha più, percorre l’Albania in cerca delle testimonianze degli scampati o dei parenti delle vittime, delle associazioni antirazzismo, analizza le carte processuali, per ricavarne le tessere che possano contribuire a ricostruire parte di quel mosaico che è “la somma di tanti abissi individuali, privati, ognuno dei quali è incommensurabile, intraducibile, mai pienamente narrabile”. Una vicenda che, al dire di Leogrande, appare come paradigma e al contempo spartiacque nella nostra storia, una strage, osserva l’autore, costata, tra morti e dispersi, 81 vite umane, esattamente quanto la strage di Ustica, con la quale presenta inquietanti analogie, ma della quale ormai quasi nessuno si ricorda, forse a causa della nazionalità di quelle vittime. Un esempio di giornalismo, quello del Leogrande, al quale tutti dovremmo guardare come modello di libertà intellettuale e di coraggio civile.

                                                     

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