lunedì 11 aprile 2011

Voci da Misurata

Pubblichiamo, ringraziando sentitamente l'amico Daniele, la testimonianza di un ricercatore italiano, che a Misurata si è trovato, suo malgrado, a vedere coi propri occhi, anzi a vivere, l'esperienza della rivolta libica. E' documento di dolente memoria personale, ma anche racconto di cronaca lucido e di estremo interesse per chi voglia comprendere cosa sia accaduto in un paese a noi, per svariate ragioni, tanto vicino.

di Daniele Coffaro, dottore di ricerca in Italianistica presso l'Università di Palermo
Sono di ritorno da Misurata, Libia. Mi trovavo lì dopo aver risposto ad un
avviso della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. La mia esperienza è
quindi legata al mondo universitario innanzitutto, ma non solo. L'impegno che
ho profuso in Libia serviva ad avviare il Dipartimento di Lingua e Letteratura
Italiana. Dopo avrei incominciato anche i corsi di insegnamento per i tanti
studenti universitari desiderosi di conoscere l'italiano. Molti, infatti, sono
attratti dall'italiano e prima ancora dall'Italia, che negli ultimi anni in
particolare viene sentita come un paese amico e vicino. Questa certezza è
venuta meno con lo scoppio della guerra civile.


Ricordo che Gheddafi additò ad un certo punto l'Italia come nemica mentre insieme a me risiedevano a Misurata
e nell'intera Libia molti italiani. L'insurrezione, la ribellione,
l'insoddisfazione, chiamatela come volete, lascia intravvedere la ferma volontà
di un popolo, o di parte di esso, di avere una condizione diversa da quella che
è abituata a vivere, e forse più che un'abitudine è una costrizione. Pare
evidente infatti che le ragioni che hanno spinto tanti a ribellarsi al regime
ultraquarantennale del colonnello stia non nella povertà ma nella ricerca di
democrazia, o quantomeno di una società più libera. Prima della giornata della
collera fissata per il giorno 17 febbraio sembrava dovesse non succedere nulla.
Il controllo delle comunicazioni rendeva evidentemente prudenti. Tutto sembrava
tranquillo e anche di fronte a domande specifiche su cosa poteva accadere a
partire da quella data mi si rispondeva addirittura che non era giustificabile
una giornata della collera perchè la Libia è un paese ricco e la gente non ha
niente di cui lamentarsi, avendo, ad esempio, ciascuno di loro una automobile a
disposizione. Nei fatti invece, già a partire dal 16 febbraio avvenivano le
prime manifestazione a favore di Gheddafi. Da quelle fasi tutto non è più
tornato indietro. Regnava una gran confusione: gheddafiani ridotti all'ordine
perchè indisciplinati ed eccessivamente liberi di scorazzare per la città come
fosse in mano a un gruppo di giovani; donne e bambini che portavano in
processione l'immagine di Gheddafi. I negozianti intanto chiudevano, i ribelli
si esprimevano, la lotta diventava aperta e armata. Tutto in pochissimi giorni.
Ringrazio il cielo, la mia famiglia, gli amici e chi pur non conoscendomi so
che ha pregato per me. Non è stato facile lasciare la Libia anche a causa della
grande responsabilità che chi mi ha mandato ad insegnare all'Università di
Misurata ha. Infatti il mio visto, a dispetto del contratto lavorativo che mi
avrebbe impegnato per un anno dal mio arrivo, era di un solo mese e mi sono,
mio malgrado, ritrovato clandestino senza la possibilità di muovermi per
abbandonare il paese quando le strade seppur presidiate dalle milizie
governative erano ancora praticabili e l'aereoporto di Tripoli funzionante. I
ribelli hanno avuto un ruolo fondamentale nella riuscita concreta della fuga. E
quando il governo italiano si è finalmente ricordato di noi italiani, dopo un
tentativo andato a vuoto, siamo riusciti ad imbarcarci nella S. Giorgio. Non so
come si snoderanno i fatti del futuro. Ho però la certezza che la dipolomazia
internazionale è stata eccessivamente lenta e ciò che doveva essere evitato era
proprio il conflitto armato da parte della cosiddetta comunità internazionale.
Grande confusione regnava quando repentinamente si è caduti nella guerra civile
e grande confusione regna adesso. Per confusione intendo anche morti, feriti,
torturati e sofferenti.
Pace.

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